Un approccio psicologico alla migrazione
Si fa carico di noi. Il suo obiettivo è quello di guarirci, non di cambiarci, perché proprio il conforto che lenisce le ferite fa scattare il cambiamento, e questo conforto lo provi semplicemente per il fatto di essere stata accolta senza giudizi e senza rimproveri. “Dolce rifugio dell’anima”, recita la preghiera. La totale assenza di ruoli prestabiliti da interpretare porta lentamente alla riabilitazione
Marcela Serrano
Tratto da L’albergo delle donne tristi, p. 73.
(Ed. italiana 1999. Feltrinelli Editore, Milano)
L'emigrazione implica una frattura, un distacco. Emigrare significa infatti anche abbandonare, andare via, lasciare un involucro protettivo, la patria, e dirigersi altrove. L’altrove è un luogo lontano dai suoni, dagli odori, dalle sensazioni che costituiscono le prime tracce su cui si è stabilito un codice di funzionamento psichico. Significa trovarsi a metà strada tra due culture, «strappare le proprie radici dalla terra d’origine, cercando un modo di trapiantarsi nella nuova terra, con la necessità di non rinunciare a se stessi, alla propria identità» (Mazzetti, 1996, p. 12).


