La “fortuna” della tragedia: il paradosso traumatico del richiedente asilo

In questi tempi di grandi migrazioni, molto si parla di sbarchi, di numeri, di soldi spesi per l’accoglienza. Troppo poco si parla delle loro storie, del motivo che li ha spinti a venire fin qui e del dramma che si portano dentro una volta arrivati. Questo dramma rappresenta a sua volta l’unico strumento per ottenere il riconoscimento di protezione internazionale nel nostro paese. Più questo dramma è profondo, grave, tragico e più c’è la possibilità che la loro istanza venga accolta.

Il richiedente asilo è tenuto a esporre i motivi della sua fuga di fronte a una Commissione Territoriale che esamina la veridicità della sua storia e quanto questa sia più o meno traumatica. Più la tragedia che si racconta è ricca di lutti, persecuzioni, torture, più il sadismo legale verrà saziato. Immaginiamoci quali dinamiche possa innescare questo paradosso in una mente già pluritraumatizzata. Il richiedente asilo con una storia migratoria del genere si sente portatore di un’illegittima “fortuna” alla quale quasi dovrà essere riconoscente. Più dettagli, più nomi e ricordi porterà di fronte alla Commissione Territoriale e più possibilità ci saranno di ottenere lo status desiderato.

Troppo poco si parla del dolore che si prova nel dover rivivere di fronte a un Commissario mai visto prima, dei dettagli e dei passaggi cha hanno molto spesso sgretolato una vita. Dopo un evento traumatico, la mente si organizza nel modo più economico possibile, per far si che tale ricordo svanisca in fretta. Stimoli esterni nel qui ed ora che possano rammendare il trauma, vengono evitati e il soggetto innesca una gincana emozionale per non riattivare la sofferenza.

Avviene spesso la rimozione completa di alcuni passaggi ritenuti troppo intensi: un dettaglio, a volte un intero stralcio della propria storia, viene tranciato via. Immaginiamo come questo possa essere in contrasto con il percorso legale che deve intraprendere un richiedente asilo, che viene invece spinto a ricordare e a stare su quel ricordo il più lucidamente possibile. Non può permettersi di “evitare” ciò che gli fa male, né tanto meno di cancellare passaggi importanti perché sono funzionali alla sua attendibilità di fronte allo Stato Italiano. L’ambiguità di questo travagliato percorso rischia di creare un cortocircuito nella mente di tali individui, che spesso, anche una volta ottenuta una protezione internazionale, stentano ad integrarsi nel contesto presente, rimanendo incastrati proprio in questo paradosso: l’essere sopraffatti dal passato e dover essergli comunque riconoscenti per aver loro dato una possibilità nel futuro.

 

Dott.ssa Claudia Notari

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