
La casa non è il punto di arrivo
Per anni, in Italia, l'aiuto alle persone senza dimora ha funzionato come una scala. Prima il dormitorio, poi la comunità, poi forse un alloggio: la casa in fondo, come premio da meritare un gradino alla volta. Housing First ribalta quella scala. Si parte dalla casa, e da lì comincia il lavoro.
Housing Plus! è il primo dei progetti con cui PsyPlus applica questo modello a Roma, insieme a persone che hanno vissuto per anni in strada e che convivono con un disagio psichico o con una dipendenza. Viola Segnalini è psicologa, psicoterapeuta in formazione, e lavora nel progetto come operatrice. In una videointervista racconta come funziona.
Nessuno ti obbliga a niente
La prima cosa che Viola tiene a precisare riguarda chi decide. «Uno dei criteri dell'Housing First è il fatto che le persone abbiano diritto di scelta e controllo. Non c'è un approccio coercitivo»: quello che si fa viene condiviso e costruito insieme alla persona, non deciso per lei.
Non significa lasciarla sola. Quando compare una resistenza, se ne parla, si prova a capirla, si cerca un modo per attraversarla insieme.
Nemmeno il punto di arrivo è deciso in anticipo. Non esiste un percorso standard che vada bene per tutti: è la persona, insieme a chi la accompagna, a stabilire dove vuole arrivare e come.
Cosa vuol dire, in pratica
Entrare in una casa dopo venti, trenta, trentacinque anni di strada non è un lieto fine. È un passaggio complicato, pieno di paure e di ambivalenze, e alcune abitudini nel frattempo si sono perse e vanno riacquisite.
Così il lavoro comincia dalle cose concrete. Capire insieme cosa serve in casa, quali oggetti comprare, come si tiene pulito uno spazio, come si torna a cucinare e a mangiare in modo sano, come si personalizza una stanza perché somigli a chi ci abita. E poi i consumi: l'elettricità, l'acqua, la raccolta differenziata.
Accanto a questo c'è il lavoro di ricollegare la persona a ciò che sta fuori: il medico di base, i servizi per la salute mentale e per le dipendenze, il servizio sociale, il CAF, il centro per l'impiego. A volte si tratta di ottenere una misura di sostegno al reddito, a volte di avviare un'attività socialmente utile — volontariato con un piccolo rimborso spese, che rimette in contatto con gli altri.
Viola descrive il ruolo di chi accompagna come una funzione di passaggio: stare accanto alla persona mentre ricuce ciò che appartiene al suo passato con il presente e con quello che verrà.
La strada non è un posto dove si sta
C'è un'idea diffusa, e sbagliata: che chi vive in strada da vent'anni ci si sia ormai abituato, o che a un certo punto abbia smesso di volerne uscire. «Le persone senza dimora non vivono bene la strada», dice Viola. La strada è un posto pieno di pericoli, soprattutto di notte.
Lo scopo di una casa, allora, non è solo avere un tetto. È avere uno spazio sicuro, dove tornare a sentirsi al riparo. Ed è da lì che diventa possibile tutto il resto.
Perdere una casa, del resto, è sempre una forma di trauma: si perde un luogo, ma anche le relazioni e i pezzi di storia che ci stavano dentro. Per questo, accanto al lavoro quotidiano, il progetto offre un supporto psicologico dedicato, in cui chi vuole può riattraversare la propria storia senza farlo da solo.
Una casa curata è una persona che sta meglio
C'è una frase, nell'intervista, che spiega il progetto meglio di qualsiasi definizione tecnica. Se la casa è la rappresentazione fisica dello spazio psichico, prendersene cura è lo specchio del benessere emotivo di chi ci vive.
È anche il motivo per cui la maggior parte delle persone accolte vive in appartamenti condivisi. La convivenza è faticosa — lo è per tutti — ma è un modo per tornare a fare i conti con l'altro, e con le parti di sé che l'altro ci rimanda. Due volte al mese uno psicologo o una psicologa si siede con chi divide la casa: si parla di quello che non ha funzionato, dei conflitti, ma anche di quello che ciascuno desidera.
Serve una cosa sola: delle case
Il progetto sta crescendo. Ci sono più persone accolte, e per accoglierne altre servono altri appartamenti.
Quello che chiediamo a chi possiede una casa è fiducia. Non un atto di generosità: un contratto normale. È l'associazione a intestarsi la locazione, con contratti residenziali e non transitori, perché uno dei principi di Housing First è che una casa resti disponibile per tutto il tempo necessario. C'è un ufficio dedicato che dialoga con la proprietà e con il condominio e che segue le manutenzioni ordinarie. E c'è un'équipe che accompagna la persona ogni giorno.
Viola chiude con una provocazione rivolta a tutte e tutti, dice, compresa se stessa: c'è un filo rosso che lega ciascuno di noi alle persone senza dimora. Abbiamo vissuti comuni. Quello che non ci ha fatto cadere è stato avere intorno una rete di sostegno.
Il benessere psicologico è un diritto di ogni persona. Anche avere una porta da chiudersi dietro lo è.
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