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Bambini: educare o saper stare?

In un passo di "Analisi Terminabile e Interminabile" (1937) Freud diceva che i tre mestieri impossibili sono, nell’ordine: governare, educare e analizzare, che si riflettono rispettivamente nelle funzioni del genitore, dell’insegnante e dello psicologo. Tutti ruoli accomunati dalla presenza di un grande-esperto che si relaziona ad un piccolo-inesperto.
Riprendendo le parole di Freud, non mi interesserò alla funzione educativa che l’adulto dovrebbe avere verso il bambino ma, pur riscontrando diverse sovrapposizioni, mi soffermerò sulle qualità umane necessarie per entrare in relazione, per saper stare con o in presenza dei bambini.
 
Cosa significa avere la capacità di essere con i bambini?
La prima immagine che mi rappresento della relazione tra adulto e bambino vede un adulto che si inginocchia, che si abbassa per poter essere e “arrivare all'altezza” del bambino. Ho descritto una situazione reale, concreta, ma entrare in relazione con i bambini vuol dire anche simbolicamente diventare piccoli, ri-diventare piccoli, essere capaci di sentirsi piccoli, indifesi, impotenti.
 
Si dice: "I bambini sono la bocca della verità", "Sono senza filtri", gli stessi "filtri" che crescendo oscurano e nascondono la nostra di verità.
Può capitare, in genere dai 3 anni, che i bimbi facciano domande del tipo: “Perché le persone muoiono?”, “Anche i bambini muoiono?”, “Cosa succede dopo?”.
Sono domande/lama, le chiamo io, per via del dolore che provocano, poiché ci riportano alle nostre angosce, angosce intollerabili e prive di risposta. Dunque stare con loro vuol dire riconoscere queste angosce anche come proprie, prima che tollerarle.
 

Succede frequentemente di non comprendere un bambino; non decodifichiamo un pianto, non capiamo la natura di un capriccio o di un dato comportamento. Anche qui c’ è poco che possiamo fare se non accettare di non capire, di non conoscere, essere capaci di stare e sostare nel dubbio, attendere in modo recettivo, qualità che per certi aspetti richiamano il concetto psicoanalitico di "Capacità Negativa" di Bion. Stare con un bambino significa mettersi di fronte alle proprie responsabilità
Tornando all’immagine iniziale l’adulto si abbassa, ma è pur sempre un adulto in presenza di un bambino che, con grado variabile di intensità, dipende da lui.

Dunque, è possibile accettare che qualcuno dipenda da noi se non accettiamo a nostra volta di dipendere da qualcuno?
Per esempio Edmond Gilliéron (1994) pensa che la capacità di assumere due bisogni complementari e necessari come quello di vivere una certa solitudine (indipendenza) e di vivere in presenza degli altri (dipendenza) equivalga alla capacità di diventare autonomi.
Stare con i bambini implica la capacità di privarsi per dare, di "fare a meno" per "permettere di". Parto dal presupposto che se siamo con un bambino e c’è un solo “oggetto del desiderio” non divisibile e non con-divisibile, si dona a lui. Il fatto di rinunciare a qualcosa per donarla comporta dover rinunciare alla nostra grandezza, alla nostra forza, alla nostra onnipotenza.  Se non facciamo a meno della nostra onnipotenza non possiamo permettere a loro di sperimentarla e quindi di diventare sicuri di sé.
 
Rinunciare alla nostra onnipotenza vuol dire anche essere capaci di chiedere scusa, di riconoscere le proprie mancanze, le proprie carenze, i propri errori; così come essere capaci di gratificare e di riconoscere loro dei meriti.
Stare con i bambini implica la capacità di saper giocare, di immaginare, di creare, di saper stare nell’illusione. Significa che se un bambino ci porge un telefono finto, dobbiamo rispondere.
 
Quando il bambino diventa capace di astrazione poter comunicare con lui regala  qualcosa di prezioso, per dirla con Winnicott (1971) si assiste alla sovrapposizione di due aree di gioco, alla co-costruzione di un universo simbolico che non è più né solo mio, né solo suo, quello che Ogden (1994) riferendosi a ciò che accade in stanza di analisi denomina “Terzo Analitico Intersoggettivo” e cioè la creazione di uno spazio-tempo-inconscio nostri e/o di nessuno dei due.
 
Stare con i bambini significa riconoscere l’altro e averne rispetto. Un bambino è una persona. Bisogna saper rispettare i loro tempi che sono diversi dai nostri, i loro modi che sono diversi dai nostri, il loro mondo che è diverso dal nostro, e bisogna essere saggi o capaci a tal punto da saper stare con la differenza senza eliminare la differenza stessa (Bateson, 1972).
E poi ci mettono alla prova, sono estremamente bravi e molto furbi nel farlo. Sono cuccioli di uomo, non sono angeli! Mettono alla prova i nostri bisogni fisiologici (il sonno per esempio), la nostra pazienza, la nostra costanza, la nostra capacità di stabilire e mantenere le regole, ma non sono altro che modi per mettere alla prova il nostro amore. Per cui stare con i bambini implica la capacità di amare, di dare e di ricevere amore, tenendo a mente che tendenzialmente il bambino che ha più bisogno di amore lo chiederà nei modi meno amorevoli.
Stare con i bambini significa fare i conti con tutto questo.
 
Viene naturale pensare a quanto queste qualità debbano essere insite in ogni terapeuta/genitore per permettere ai propri pazienti/figli di "guarire"/crescere.
E che cosa può succedere quando non si hanno queste capacità?
Può accadere, come accade, che il bambino da "oggetto d’amore" viene trasformato in nemico, un nemico a cui togliere voce, espressione, movimento, libertà, e nella peggiore delle ipotesi un nemico che deve essere annientato.
 
I bambini sono specchi, aggiungerei che più sono piccoli, più il loro riflesso è potente. Non tutti riescono a guardare la propria immagine riflessa, non tutti riescono a guardarsi dentro, non tutti riescono ad essere meravigliosi come loro.

                                                                                                                                                                                                                                         

                                                                                                                                                                                                                                     Melania Di Nardo

Riferimenti:
- Bateson G., (1972) Verso un’ecologia della mente, Ed.  Adelphi, 2000.
- Freud S., (1937) Analisi Terminabile e Interminabile, Ed. Bollati Boringhieri, 1977.
- Gilliéron E., (1994) Il Primo colloquio in psicoterapia, Ed. Borla, 2003.
- Ogden T.H., (1994) Soggetti dell’analisi, Ed. Masson, 1999.
- Winnicott D., (1971) Playing and Reality-Gioco e realtà, Ed. Armando, 2005.

 

*Note sull'autrice: Melania Di Nardo è Psicologa e Psicoterapeuta ad orientamento Psicoanalitico. Si è occupata per anni di interventi psico-educativi con bambini di diverse fasce di età. Dal 2015 è impegnata nell'attività clinica privata come libera professionista nella città di Pescara, rivolgendosi prevalentemente ad adolescenti e adulti. Dal 2018 opera come consulente psicologa nel Centro di Ascolto Psicologico (C.A.S.A.) di Chieti Scalo, nel quale, oltre a percorsi di consulenza individuali o di coppia, conduce gruppi informativi/formativi rivolti a tematiche specifiche. Dal 2019 è Socia ordinaria di Psy+.

 

 

psicologia, educazione, bambini, età evolutiva





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